lunedì 26 settembre 2011

Il Pranzo di Ferragosto

Il pranzo di ferragosto mi è rimasto sullo stomaco. Complice la turbolenza dei mercati finanziari ed il frastuono di una classe politica che ci ha accompagnato con il consueto minuetto di proposte e controproposte, veti e contro veti, insulti e dito-medio-alzato, dichiarazioni al vento con crociati sullo sfondo eppure …

Eppure per un momento mi ero illuso che il commissariamento sulla politica di bilancio italiana, ad opera della BCE, potesse diventare un’occasione per questo paese, per mettere le mani, anzi le braccia, nel ventre molle delle disfunzioni, dei privilegi, delle distorsioni, che, da decenni, affliggono l’Italia.

E’ stato solo un momento: la conferenza stampa del presidente del Consiglio con l’intervento di Tremonti che spiegava la manovra nelle sue grandi linee.

Ho pensato, ingenuamente, che finalmente la nostra classe politica, avesse preso coscienza della gravità della situazione e, con un sussulto di capacità di governo, senza calcoli elettorali,  avesse deciso di dare una sterzata significativa all’andamento dei conti pubblici.

L’ho detto in premessa: la mia è stata una considerazione dettata piu’ dalla speranza che dal realismo, ed infatti, il post ferragosto è stato un rigurgito di pressapochismo economico e giuridico, con un migliaio di parlamentari che ragliavano modifiche alla manovra, si lamentavano della mancanza di provvedimenti per la crescita (…), di attacco al federalismo o allo statuto dei lavoratori.

Alla fine la tanta sospirata manovra è arrivata, e, sebbene frutto di mille compromessi, dovrebbe portarci al pareggio di bilancio nel 2013.

Prendiamo per buona questa proiezione e costruiamoci su un ragionamento.

Il potere dell’inflazione

Non entriamo nel merito della manovra. Come dicevo, rimaniamo ancorati alla promessa del pareggio di bilancio nel 2013, e della sua costituzionalizzazione.

Per mantenere il pareggio di bilancio a partire dal 2013, l’Italia dovra’ avere un avanzo primario pari alla spesa per interessi.

Un prima ovvia considerazione è che, un eventuale aumento della spesa per interessi dovrà necessariamente essere compensato da un aumento dell’avanzo primario, ovvero meno spese e/o piu’ entrate. Ma al di là di questa ovvietà, vediamo qual’e’ l’impatto sul rapporto debito pubblico PIL di questo comportamento virtuoso.

Ricordiamo la nota formula per la variazione del rapporto Debito Pubblico PIL :


Se imponiamo la condizione di pareggio di bilancio, otteniamo la seguente :
Nell’ipotesi di pareggio di bilancio, il rapporto debito pubblico PIL, diminuisce del prodotto tra il tasso di crescita nominale del PIL e il rapporto tra debito pubblico e PIL.

Una crescita reale del 1% con un tasso di inflazione del 2%, comporta che, seppur virtuosa, la condizione di pareggio di bilancio raggiunta dall’Italia nel 2013, riduce di circa 3,6 punti percentuali all’anno il rapporto debito pubblico PIL.

Troppo poco, partendo da un valore del 120% per questa grandezza. La soluzione è quindi altrove.

Consideriamo l’Italia , nei suoi numeri, al pari di un’azienda.

Il pareggio di bilancio implica che l’azienda Italia “gira” con un MOL pari alla spesa per interessi. Il fatto è di per se positivo, ma  come ricordato, l’elevato indebitamento rende il conto economico soggetto all’alea dei tassi di interessi. Se un eventuale aumento dei tassi di interesse fosse l’effetto indotto da un aumento dell’inflazione, la situazione sarebbe, mi permetto di dire, positiva. Se lo stesso, come accade in questi giorni, fosse dovuto ad un premio di rischio richiesto per la sottoscrizione dei titoli pubblici del debito italiano, si potrebbe arrivare ad una impossibilità nel sostenerne il peso con il vincolo del pareggio di bilancio

Appare evidente che l’unica via di uscita sia una drastica riduzione del debito pubblico.

Portando avanti l’analogia con i conti di un’azienda, dobbiamo mettere a posto il bilancio, dopo aver agito sul conto economico.

L’azienda Italia, se messa sotto tutela dai suoi creditori, come accade nel mondo privato , dovrebbe percorrere, contemporaneamente due strade :

a.   la dismissione di alcuni asset al fine di ridurre il debito

b.   l’intervento dei suoi azionisti, con una ricapitalizzazione, anche questa al fine di poter ridurre il debito.

Per quanto attiene al punto b., ricordiamo che gli azionisti dl sistema Italia sono i cittadini italiani, e che il processo di ricapitalizzazione non potrà essere che su base forzosa: una patrimoniale.

Il numero magico

Quale potrebbe essere il valore di arrivo del rapporto debito pubblico PIL, per consentire all’azienda Italia di evitare l’avvitamento del debito stesso ?

Io dico il 90%.

In soldoni significherebbe riportare il debito pubblico agli attuali 1'900 miliardi di euro, a circa 1'500. Parliamo quindi di un totale di 400 miliardi di euro da trovare.

L’azienda Italia ha asset disponili alla vendita di questo ordine di grandezza ? I suoi azionisti sono capienti ? E in che misura ?

Il patrimonio pubblico è al momento oggetto di un censimento. Circolano pero’ alcune stime:

a)   Le azioni di società, quotate e non, che fanno capo al Ministero del Tesoro sono valutate circa 140 miliardi di euro.

b)   Le aziende di servizi pubblici locali (municipalizzate ecc.) possedute dagli enti territoriali; sono circa 700, di cui 14 quotate in borsa; il valore di mercato di queste ultime si aggira su i 7 miliardi di euro.

c)   Il patrimonio immobiliare. Una stima cautelativa, elaborata  in uno studio congiunto della Fondazione Magna Carta e dell’Istituto Bruno Leoni, valutava il patrimonio immobiliare in circa 350 miliardi di euro a valore di mercato; esso è  per la maggior parte posseduti dagli enti locali.

In attesa delle nuove stime elaborate dal Ministero del Tesoro, appare chiaro che la metà dei 400 miliardi per centrare il numero magico, possono essere trovati dalle dismissioni del patrimonio pubblico.

Gli altri 200 miliardi, sono di competenza degli azionisti. Di noi tutti.

Secondo le stime di Banca d’Italia (dati 2009), la ricchezza delle famiglie italiane, è pari a circa 8'000 miliardi.

Nel dettaglio :


Come dicevo la ricchezza netta (al netto dei debiti delle famiglie) è dell’ordine degli 8 mila miliardi di euro. Va sottolineato che i dati sono a valori di mercato sia per la parte immobiliare che per quella finanziaria.

Nella seconda colonna, ipotizzo i valori che potrebbero essere oggetto di una patrimoniale (escludo per esempio le banconote circolanti che difficilmente si riuscirebbero a tassare …).

In termini di macronumeri, i 200 miliardi necessari al completamento della manovra, potrebbero essere trovati con una patrimoniale una tantum, pari al 2,5% della ricchezza netta della famiglie. Ricchezza valutata a valori di mercato. Lo ribadisco.

La base imponibile, e la successiva tassazione, andrebbe quindi organizzata, facendo emergere il valore di mercato delle partecipazioni e dei beni immobiliari.

Non è facile ma è possibile.

Per la ricchezza immobiliare, il 2,5% andrebbe applicato sul valore di mercato del bene, al netto del debito su di esso gravante (il mutuo per esempio).

Una famiglia che ha una abitazione con valore di mercato ipotizziamo di 400'000 euro ed un mutuo di 150'000, avrebbe una base imponibile di 250'000 euro su cui applicare la tassa patrimoniale del 2,5%. Tale tassa sarebbe pari a 6'250 euro.

Se, come ci indicano i dati di Banca d’Italia, la distribuzione della ricchezza delle famiglie, è asimmetrica rispetto alla distribuzione dei redditi, la patrimoniale potrebbe servire a diminuire le distorsioni che da decenni affliggono l’imposizione e il gettito fiscale nel nostro paese.

In sostanza, al 10% delle famiglie che detengono circa il 50% della ricchezza totale, andrebbe richiesto un contributo dell’ordine dei 100 miliardi di euro.

Sia la patrimoniale che la dismissione del patrimonio dello stato, andrebbero realizzati in un triennio, facendo attenzione a che i proventi non vengano assorbiti, nemmeno parzialmente, dalla spesa corrente, ma vadano integralmente alla riduzione del debito pubblico.


Qualche considerazione (superflua).

Quando il ministro Tremonti chiedeva che nel computo dell’indebitamento degli stati fosse incluso anche l’indebitamento delle famiglie, e la loro ricchezza, non aveva torto. Ometteva, di tutta evidenza, che un simile ragionamento comportava che dalla ricchezza delle famiglie si potesse attingere al momento dovuto, al fine di riequilibrare i conti pubblici.

Probabilmente quel momento è arrivato.

Consegnare 200 miliardi del nostro patrimonio alla Stato presuppone un patto di ferro con chi sarà chiamato a raccogliere una tale somma ed a gestirla.

Un patto che comporti una classe dirigente sobria oltre che onesta. E soprattutto preparata a guidare un paese ed ad ottimizzare l’utilizzo delle sue risorse finanziarie ed umane.

Un classe dirigente nuova. Per un paese nuovo. Scelta liberamente.

Inutile dirvi, che il vostro capocomico non è candidabile.


Fonte Dati in tabella :                            Bankitalia Supplementi al Bollettino Statistico Indicatori monetari e finanziari : La ricchezza delle famiglie italiane 2009 – 20.12.2010


martedì 20 settembre 2011

Oro alla Patria

A seguito dell'invasione italiana dell'Etiopia, nel 1935, la Società delle Nazioni approvo', come ritorsione, un pacchetto di sanzioni nei confronti dell'Italia.

L'Italia fascista, al fine di consentire alla nazione di superare le suddette sanzioni, varo' un programma denominato Oro alla Patria, che consistette nel dono volontario, da parte di tutte le famiglie italiane, di alcuni oggetti in oro

Il 18 dicembre 1935, nel quadro di detta campagna, fu celebrata la Giornata della fede: la giornata riscosse un grande successo. Gli italiani offrirono alla Nazione le proprie fedi nuziali raccogliendone milioni ed un quantitativo totale di 37 tonnellate d'oro e 115 d'argento.

Il gioco del momento, si sà, è il prova-a-fare-la tua-manovra, gioco solo recentemente superato nell'indice di gradimento popolare, dal come-ti-risano-i-conti-dello-stato.

I giocatori sono numerosi, alcuni vivaddio anche qualificati. Ma al contrario di quanto accade in occasione dei mondiali, in cui le chiacchiere sulla migliore formazione della nazionale restano confinate nei vari bar dello sport, nel caso della fantamanovra l'idea del giorno viene resa pubblica (e nella forma scritta !).

Tra le idee piu' sgangherate, c'è senz'altro quella di utilizzare le riserve auree della Banca d'Italia, per ripianare, seppur parzialmente, il debito pubblico.

A queste menti astute sfugge che la Banca d'Italia, sebbene un po' particolare, è comunque una banca. Con i suoi attivi (tra cui l'oro), il suo capitale e , non dimentichiamocelo, le sue passività.

Ma, cosa ancora piu' importante, la Banca d'Italia è di proprietà, con  percentuali diverse, delle banche italiane e non del Tesoro. E le banche italiane, anche se non sappiamo per quanto tempo ancora, sono soggetti privati con azionisti privati.

La pottrei chiudere qui, senza aggiungere nient'altro. Il passaggio di un attivo da un soggetto (Banca d'Italia) ad un soggetto terzo (il Tesoro), appare giuridicamente impraticabile: l'esproprio non è stato anche costituzionalizzato.

E pero', non avrete fatto a meno di intuire, che quell'oro, se non per la patria, potrebbe essere utilizzato per ricapitalizzare gli azionisti di Banca d'Italia: le banche italiane. Che ne hanno davvero bisogno.

Vediamo se è possibile.

La Banca d'Italia ha un totale di bilancio di circa 342 miliardi di euro, un passivo di 250 miliardi e mezzi propri per 92. I mezzi propri sono suddivisi tra Capitale e Riserve (20 miliardi) e Conto di Rivalutazione (72 miliardi), in cui vengono iscritte le minus/plus valenze latenti (non realizzate), rispetto alle poste di bilancio,  e quindi non fatte passare attraverso il conto economico.

Al 31.12.2010, il conto Oro e Crediti in oro, all'attivo del bilancio, segna un valore di circa 84 miliardi di euro. La consistenza fisica del metallo prezioso è di 2'400 tonnellate, che ai prezzi attuali (42'000 €/Kg), rappresenta ad oggi un valore di  circa 100 miliardi di euro, con una maggior plusvalenza (latente), rispetto ai valori di fine 2010, di ulteriori 20 miliardi.

Il conto rivalutazione sarebbe quindi al momento di circa 92 miliardi ed il capitale e riserve di circa 20.

Considerando che Intesa ed Unicredit capitalizzano in borsa qualcosa come 30 miliardi, e che la loro partecipazione al capitale di Banca d'Italia è pari a circa il 50% del capitale della stessa,  c'e' di che ragionare.

Per esempio una distribuzione straordinaria dell'oro di Banca d'Italia agli azionisti, dissolvendo il conto di Rivalutazione, Un inflow di asset pregiati per le due grandi banche (ed evidentemente anche per le altre).

L'operazione non sarebbe banale, e necessiterebbe di una qualche alchimia contabile.

Il beneficio per il sistema bancario sarebbe pero' attenuato dal fatto che non tutte le banche hanno a bilancio la loro partecipazione in Banca d'Italia a valori storici, e quindi la "plusvalenza" ed il conseguente beneficio in termini di maggiori mezzi propri ne risulterebbe in alcuni casi attenuato, ma resterebbe, di fatto, piu' che consistente. 

Comunque, con 1200 tonnellate d'oro, di questi tempi, Unicredit e Banca Intesa ci farebbero un figurone ...

A questo punto resta da valutare la situazione patrimoniale post fanta distribuzione, di Banca d'Italia.

A fronte di un totale di bilancio di 270 miliardi circa (perdonatemi qualche approssimazione ed incoerenza a questo stadio) si troverebbe con 250 miliardi di passivo e 20 miliardi di mezzi propri.

Una leva di 12 a 1.

Anche in previsione di una eventuale (...) uscita dall'euro: è questa la Banca d'Italia che vorremmo ?